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PARLA IL CRIMINOLOGO
In
questi ultimi anni il crimine ha raggiunto una posizione sociologica di
rilievo, sia per il crescente numero di omicidi, specie tra i giovani,
sia per il valore mediatico che si è voluto attribuire a tali eventi.
Parlare troppo di queste cose, in un momento di instabilità emotiva,
come questo in cui viviamo e moriamo, può non essere un fatto positivo,
che induce, invece, ad uno stato di metabolica assuefazione o di
stuzzicante curiosità mentale. Vedere, per esempio, veri e propri cortei
verso i luoghi dei delitti, è come proporre una trasformazione
metaforica delle debolezze mistiche e dei fenomeni definiti miracoli.
L’umanità ha bisogno di sognare, ma non solo nella luce, bensì anche
nelle tenebre della morte; è disturbata nel suo inconscio collettivo
quanto lo è in quello individuale. Una volta i valori aiutavano il
singolo a vincere le sue paure guardando al collettivo, famiglia e
società. Ora sia l’una che l’altra sono deserti aridi, dentro i quali si
ha difficoltà di movimento. Dove tutto questo non riesce a trovare
risposte al di fuori dell’io, scatta il pensiero di autodistruzione:
quindi, o aggressività contro gli altri o violenza contro se stessi.
L’equilibrio ormai è un obiettivo poco conosciuto. Spinti dal gusto
dell’emulazione, che aiuta ad opporsi al tedio insipido della vita,
mortificata e morta, di tutti i giorni, tra le banalità che offre la
società, con i suoi sistemi, alcuni scelgono la violenza aggressiva ed
il crimine, dentro cui sperano di trovare una nuova identità, comunque
consona con i tempi, che tendono ad annullare più che a costruire. Dove
non esiste morale è facile ignorare il valore della vita e, dove il
significato di giustizia è calpestato, non si ha rispetto della dignità
dell’uomo.
Detto questo, parliamo di Criminologia: dovrebbe essere una scienza, ma
purtroppo è diventata una sceneggiatura tragicomica. Una passerella
mediatica dove si esibiscono donne scosciate e uomini abbrutiti, che
sublimano, nel brivido e nella frustrazione, la loro sessualità mancata.
Tuttologi di ogni specie che criticano l’ultimo brandello di scienza,
ormai intimidita dall’arroganza della comunicazione sfrenata, che si
giustifica in un falso concetto di democrazia: fanno veramente venire la
nausea e il voltastomaco di fronte a fatti che meriterebbero più umana
comprensione. Le stesse indagini, nel vortice delle frenetiche trovate,
si perdono nella confusione di interpretazioni che nulla hanno di
scientifico. Il fatto che ognuno pensa di poter dire la sua, per falsa
democrazia o per ipocrita rispetto degli utenti della comunicazione, in
temi di criminologia, denuncia una grave debolezza di quest’ultima, che
ancora non si sa imporre come scienza a sé, anzi ha perso, nel tempo, la
poca dignità professionale che prima possedeva. Alle indagini devono
partecipare gli addetti: magistrati e inquirenti, che hanno il compito
di espletare le indagini del sopralluogo, evitando ogni forma
d’inquinamento delle potenziali prove, come spesso accade. Opinionisti e
giornalisti possono pure masturbarsi il cervello, ma nessun contatto
devono avere con chi svolge le indagini, che devono rimanere nel massimo
riservo, fino a che non viene formulata l’ipotesi di reato, con prove
provate. Gli esperti (pagati per questa loro esperienza) non devono
interloquire con i non addetti e farsi influenzare dalle fantasie
opinate. Il Criminologo deve avere una mente globale, capace di
osservare, con un solo colpo d’occhio, la scena del crimine e poi
raccogliere, con tutto il suo staff di lavoro, ogni elemento che tale
scena offre. Ed è il Criminologo che, acquisiti gli elementi, materiali
e psicologici, deve estrapolare, con la sua esperienza professionale,
una immagine del criminale, con un movente e con gli strumenti
utilizzati dinamicamente nel delitto. Tutto questo, nel massimo riservo,
fino a che non si raggiunge la chiara formulazione dell’evento. Le cose
dette dagli altri e dalla stampa saranno prese in esame, nel corso delle
indagini, ma solo come ipotesi che possono offrire spunti o riflessioni.
In medicina c’è il rispetto della privaci e pertanto non vedo il perché
non si debba consentire la stessa privaci alla criminologia, che non è
diversa dalla medicina, anzi, mentre la privaci della medicina ha
fondamentalmente un significato morale, per la criminologia, oltre al
significato morale, ha un valore metodologico di estrema importanza.
Forse è il momento di formulare delle precise regole deontologiche e
metodologiche, attribuendo a ciascuno un proprio ruolo.
Prof.
Antonio Vento
03-03-2011 |